La pagina non ci basta.
Another Coffee Stories nasce da un rifiuto.
Il rifiuto di considerare il libro come un oggetto concluso, silenzioso, addomesticato.
Il rifiuto di una letteratura che si limita a raccontare senza esporsi.
Il rifiuto dell’idea che le storie possano restare innocue.
Per noi, un libro non è mai solo un libro.
È una soglia.
È un atto.
È una presenza che chiede di essere incarnata.
“Scrivere significa esporsi, non proteggersi.”
— Annie Ernaux
Crediamo in una letteratura che si muove
La letteratura nasce orale, collettiva, attraversata dai corpi.
Prima della pagina c’era la voce.
Prima dell’oggetto, la relazione.
L’idea del libro come entità chiusa, definitiva, intoccabile è una costruzione storica. Utile al controllo, non alla verità.
Noi scegliamo un’altra direzione.
Crediamo in testi che non si accontentano di essere letti,
ma chiedono di essere detti, visti, agiti.
“Un testo vive solo quando smette di appartenere a chi lo ha scritto.”
— Roland Barthes
Il libro come dispositivo, non come feticcio
Another Coffee Stories pubblica libri che sono dispositivi narrativi e politici.
Strumenti che attivano teatro, cinema, performance, incontri, conflitto.
Non cerchiamo la purezza del linguaggio.
Cerchiamo l’attrito.
Quando un libro diventa scena, perde autorità ma guadagna verità.
Quando diventa cinema, rinuncia alla spiegazione per affrontare lo sguardo.
Quando diventa corpo, non può più fingere neutralità.
“Non esiste parola innocente quando attraversa un corpo.”
— Judith Butler
La cross-medialità non è una strategia: è una necessità
Non ci interessa moltiplicare i formati.
Ci interessa spostare il centro.
Il centro non è il prodotto.
È l’esperienza.
In un’epoca che consuma storie a velocità industriale, far uscire un libro dalla pagina è un atto di resistenza.
Significa rendere l’esperienza irripetibile, situata, condivisa.
Significa opporsi all’archiviazione infinita e alla fruizione distratta.
“L’arte non serve a essere conservata, ma a produrre presenza.”
— Jean-Luc Nancy
Il corpo come luogo editoriale
Per noi il corpo non è un tema.
È un luogo.
Il corpo che legge.
Il corpo che ascolta.
Il corpo che guarda.
Il corpo che reagisce.
I testi che pubblichiamo parlano di diritti umani, identità, marginalità, memoria, potere. Parlano di corpi controllati, esclusi, resistenti.
Lasciarli confinati alla pagina sarebbe una contraddizione.
“Ciò che non entra nello spazio pubblico resta politicamente innocuo.”
— Hannah Arendt
Portare un libro nello spazio scenico o visivo significa assumersi una responsabilità: accettare che il testo cambi, che venga contraddetto, che generi disagio.
Noi scegliamo questo rischio.
Contro la neutralità culturale
Non crediamo nella neutralità editoriale.
Ogni scelta è una presa di posizione.
Ogni pubblicazione costruisce un immaginario e ne esclude altri.
“Ogni canone è una decisione politica mascherata da gusto.”
— Terry Eagleton
Another Coffee Stories sceglie testi che non cercano consenso facile.
Sceglie storie che interrogano, disturbano, espongono.
Sceglie la letteratura come spazio di conflitto, non di consolazione.
Scrivere, pubblicare, incarnare
Scrivere è solo il primo gesto.
Pubblicare è assumersi una responsabilità.
Incarnare un testo è portarlo fino in fondo.
“La letteratura non cambia il mondo, ma cambia chi poi lo cambia.”
— Arundhati Roy
Per questo lavoriamo tra libro, teatro e cinema.
Per questo costruiamo progetti ibridi.
Per questo accettiamo la perdita di controllo sul testo come condizione di verità.
Un impegno, non un formato
Another Coffee Stories non è una linea editoriale.
È una postura.
Non difendiamo il libro.
Difendiamo ciò che il libro può attivare.
“Un testo che non rischia di trasformarsi è già morto.”
La pagina è una soglia, non un confine.
Il libro è un inizio, non una conclusione.
Finché una storia continua a muoversi,
finché trova nuovi corpi, nuovi linguaggi, nuovi spazi,
sta facendo il suo lavoro.
Noi siamo qui per questo.
