Gaza, Africa, periferie, Sud Italia: quando la letteratura non è una scelta ma una necessità
C’è un momento in cui la scrittura smette di essere un gesto culturale e diventa una forma di permanenza. Non serve più a raccontare bene, né a essere pubblicata, né a trovare un pubblico. Serve a dire: sono ancora qui. Questo momento non nasce nei luoghi protetti del discorso letterario, ma ai margini, nei territori dove la vita è sotto pressione costante e la parola rischia di essere cancellata prima ancora di essere ascoltata.
La letteratura che nasce a Gaza, in molte aree dell’Africa, nelle periferie urbane e nel Sud Italia non nasce per inserirsi in un mercato. Nasce per opporsi a una sparizione. È narrativa contemporanea nel senso più radicale del termine: non perché segue le tendenze, ma perché risponde a ciò che accade ora, mentre accade.
Scrivere dal confine significa abitare uno spazio in cui l’esistenza è continuamente ridotta a emergenza, numero, problema. La scrittura, allora, diventa un gesto di restituzione di complessità. Non per spiegare, ma per impedire che l’esperienza venga semplificata fino a sparire.
Quando la realtà viene compressa, la letteratura diventa un atto di espansione.
Il confine non è una linea geografica. È una posizione nel mondo. È il luogo da cui si viene raccontati sempre da altri, spesso con parole che non coincidono con la propria esperienza. La narrativa che nasce da questa posizione non chiede spazio, lo prende. Non perché sia aggressiva, ma perché è necessaria.
In questi testi la neutralità è impossibile. Anche una storia d’amore, anche un ricordo d’infanzia, anche una descrizione del quotidiano diventano atti politici. Non per intenzione ideologica, ma perché affermare la vita dove la vita viene negata è già una presa di posizione.
La scrittrice indiana Arundhati Roy ha scritto che vivere in tempi radicali significa rifiutare le risposte moderate. La letteratura che nasce in condizioni estreme fa esattamente questo: rifiuta le risposte addomesticate, le narrazioni rassicuranti, i finali chiusi.
Scrivere dal confine significa accettare che non tutto debba essere risolto per essere vero.
A Gaza la scrittura nasce in una condizione di tempo spezzato. Il futuro è continuamente rimandato, il presente è instabile, il passato viene riscritto da chi detiene il potere della narrazione. In questo contesto, scrivere non è testimoniare. È creare continuità.
Il poeta palestinese Mosab Abu Toha ha detto che scrivere serve a ricordare al mondo che c’era una vita prima delle macerie. Questa frase non chiede empatia, chiede attenzione. Chiede che la letteratura palestinese venga letta come produzione intellettuale, non come allegato emotivo alla cronaca.
La scrittura, nei territori occupati, non salva i corpi. Salva i nomi.
E salvare un nome significa salvare un’identità.
La narrativa africana contemporanea vive una tensione simile. Per anni è stata costretta dentro un racconto unico, spesso costruito altrove, che cercava conferme più che verità. Oggi molte scrittrici e molti scrittori africani scrivono proprio contro questa riduzione.
Chimamanda Ngozi Adichie ha parlato del pericolo della storia unica come di una sottrazione di dignità. La letteratura africana contemporanea lavora per restituire ciò che è stato sottratto: complessità, ambiguità, contraddizione. Non offre spiegazioni facili, ma prospettive radicate.
In questi testi il corpo, la lingua, il territorio non sono metafore. Sono campi di esperienza. E proprio questa precisione rende queste storie capaci di attraversare i confini culturali e linguistici.
L’universalità non nasce dall’astrazione, ma dalla radicale precisione.
Il confine, però, non è solo altrove. È anche interno. Le periferie urbane e il Sud Italia sono spazi narrativi in cui la marginalità non è un’eccezione, ma una condizione strutturale. Qui la letteratura nasce spesso contro l’idea che certi luoghi producano solo mancanza.
La narrativa che nasce in questi contesti racconta lavoro precario, spopolamento, migrazione, corpi esposti. Ma soprattutto racconta una lucidità che il centro spesso non possiede, perché non è costretto a interrogarsi sulle proprie fondamenta.
Franco Arminio ha scritto che i paesi non muoiono, vengono lasciati morire. Questa frase contiene una verità che riguarda non solo i territori, ma anche le storie. Alcune storie non scompaiono: vengono lasciate ai margini.
Il margine non è silenzioso. È reso silenzioso.
La letteratura serve a interrompere questo processo.
Uno degli equivoci più frequenti nel parlare di letteratura sociale è l’uso della parola resilienza. Viene spesso impiegata per trasformare il dolore in una virtù accettabile. Ma la narrativa nata in condizioni estreme non è resiliente nel senso rassicurante del termine.
È stanca. È contraddittoria. È a volte feroce. Non offre esempi morali, non costruisce modelli. Registra ciò che accade senza renderlo digeribile.
La poeta Warsan Shire scrive che nessuno lascia casa se casa non è diventata un luogo di pericolo. Questa frase non consola. Espone. E proprio per questo resta.
La letteratura non serve a rendere il mondo più sopportabile. Serve a renderlo leggibile.
In queste scritture la lingua è sempre una scelta politica. Dialetti, lingue coloniali, frammenti orali, silenzi convivono nello stesso testo. La forma porta i segni del contesto. Non tutto può essere tradotto senza perdita, non tutto può essere levigato senza violenza.
Ngũgĩ wa Thiong’o ha scritto che la lingua è il luogo in cui si combattono le battaglie più intime. Pubblicare queste opere significa accettare che la letteratura non debba essere sempre comoda per essere legittima.
Leggere narrativa nata in condizioni estreme non è un gesto neutro. Significa interrogare il proprio sguardo, il proprio privilegio, la propria posizione nel mondo. Significa accettare che alcune storie non siano fatte per rassicurare, ma per disturbare.
Ogni scelta di lettura è una scelta su che tipo di mondo rendiamo visibile.
Ed è per questo che queste storie generano coinvolgimento profondo, condivisione, reazioni emotive forti. Perché parlano di ciò che viene spesso escluso dal racconto principale.
Pubblicare questa letteratura non è un atto tecnico. È una responsabilità culturale. Un catalogo editoriale è sempre una dichiarazione implicita di valori, di visione, di mondo possibile.
Scegliere di pubblicare narrativa nata in condizioni estreme significa accettare il rischio dell’incomodità. Ma è proprio questa scelta che costruisce, nel tempo, autorevolezza e riconoscibilità. Non perché sia radicale, ma perché è necessaria.
Un editore non sceglie solo testi. Sceglie cosa merita di restare.
Resta allora una domanda, semplice e difficile insieme. Da che luogo scegliamo di leggere? E quali confini siamo disposti ad attraversare senza pretendere che diventino innocui?
Finché continueremo a leggere e pubblicare letteratura che nasce dove tutto è in gioco, resterà aperta la possibilità di un immaginario meno addomesticato, più onesto, più umano. E oggi, forse, non abbiamo bisogno di altro.
